Il cesto delle primizie vs il peccato delle spie – Parshat Ki Tavo 5785

 In Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

tradotto ed adattato da David Malamut

La mitzvah dei Bikkurim (primizie), che apre la nostra porzione della Torah, è descritta nella Mishnah:

Come si mettono da parte le primizie? Un uomo scende nel suo campo, vede un fico maturo, un grappolo d’uva maturo, una melagrana matura, li lega con una canna e dice: Ecco, queste sono le primizie…” (Bikkurim 3, 1)

Più avanti, la Mishnah descrive la meravigliosa atmosfera e la gioia che accompagnavano questa mitzvah, una gioia che non troviamo in nessun’altra mitzvah:

Come venivano portate le primizie [a Gerusalemme]? Tutte le città di una regione si radunavano… e trascorrevano la notte nella piazza della città, senza entrare nelle case. Al mattino, l’ufficiale incaricato proclamava: “Alzatevi, saliamo a Sion, alla casa del Signore nostro Dio!”.

Quelli che vivevano nei dintorni portavano fichi freschi e uva, e quelli che venivano da lontano portavano fichi secchi e uva passa. Un bue camminava davanti a loro, con le corna ricoperte d’oro e una corona di foglie d’ulivo sul capo. Il flauto suonava davanti a loro finché non giunsero nei pressi di Gerusalemme.

Quando si avvicinarono a Gerusalemme, i messaggeri li precedevano e adornavano le loro primizie. I governatori, i deputati e i tesorieri uscivano per salutarli… e tutti gli artigiani di Gerusalemme si fermavano davanti a loro e li salutavano: “Fratelli nostri, gente di questo e quel luogo, siete venuti in pace!”. Il flauto suonava davanti a loro finché non arrivarono al Monte del Tempio.

Quando arrivavano al Monte del Tempio, persino il re Agrippa prendeva la cesta sulle spalle ed entrava fino a raggiungere il cortile.

Una volta arrivati ​​al cortile, i Leviti cantavano: “Ti esalterò, o Signore, perché mi hai innalzato e non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me…”” (Bikkurim 3, 1)

L’essenza di questa gioia è la gratitudine. Quando i portatori delle primizie entravano sul Monte del Tempio, il contadino portava il suo cesto di frutta e proclamava: “Non sono ingrato! Ti ringrazio, Signore, per la buona terra e per questi frutti meravigliosi!“.

Nella Torah c’è una dichiarazione dettagliata da recitare tenendo in mano il cesto, la cui essenza è una descrizione delle difficoltà che i nostri antenati hanno sopportato in Egitto e anche prima, in contrasto con la bontà che ora trabocca su di noi.

Le primizie provenivano solo dalle “Sette Specie” per cui la Terra d’Israele è lodata: grano, orzo, uva, fico, melograno, ulivo e dattero. Perché, allora, la Mishnah menziona solo il fico, il grappolo d’uva e il melograno?

Gli scritti chassidici, basati sugli insegnamenti dell’Ari (Rabbi Isaac Luria, fondatore della Cabala lurianica), spiegano che i Bikkurim, che esprimono gratitudine, servono come rettifica per il peccato delle spie, la cui essenza era l’ingratitudine.

Nella Parasha di Shelach Lecha, letta tre mesi fa circa, apprendiamo delle spie che andarono a esplorare la Terra d’Israele e riportarono frutti di dimensioni enormi. Il loro intento era quello di spaventare gli Israeliti nel deserto, sottintendendo: “State andando verso una terra straniera, con abitanti spaventosi e frutti bizzarri“.

Quali frutti portarono queste spie ingrate, che riuscirono a cambiare il cuore del popolo, fino a far sì che la nazione piangesse quel famigerato “piangere per nulla“?

<<…un grappolo d’uva, e lo portarono con una stanga in due; ed alcune melagrane ed alcuni fichi.>> (Numeri 13, 23)

Questi stessi tre frutti, che simboleggiavano l’amarezza del deserto e la notte del pianto, la notte di Tisha BeAv (il 9 del mese di Av), sono citati dalla Mishnah come i frutti che segnano l’arrivo dei Bikkurim, la cui essenza è gioia e gratitudine.

Il mondo è così bello quando lo guardiamo con occhio buono; quando benediciamo il suo Creatore e siamo pieni di gratitudine. La mitzvah dei Bikkurim, che riguarda la gioia, si contrappone direttamente al peccato delle spie, che era tutto amarezza, tristezza, false lamentele e pianto infondato, quel “grido per nulla” che portò a un vero grido di lutto e perdita.

Apriamo gli occhi e riconosciamo il bene che ci circonda. Impariamo a gioire della nostra parte e a ringraziare Dio:

<<Indi di tutto il bene ch’il Signore, Iddio tuo, avrà dato a te ed alla tua famiglia, godrai lieto tu, ed il Levita, ed il forestiere vivente fra di te.>> (Deuteronomio 26, 11)

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