Di amore e odio – Parashat Acharei Mot – Kedoshim
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
Al centro del Pentateuco si trova il Sefer Vayikra (Levitico). Al centro del Vayikra c’è il “codice della santità” (capitolo 19) con il suo appello fondamentale: “Siate santi perché io, il Signore vostro Dio, sono santo“. E al centro del capitolo 19 c’è un breve paragrafo che, per la sua posizione, rappresenta l’apice, il punto culminante, della Torah:
<<Non odiare il tuo fratello nel tuo cuore; riprendi (bensì) il tuo prossimo, e (così) non incorrerai in peccato a cagione di lui. Non vendicarti, e non serbar odio contro i figli del tuo popolo; ma ama pel tuo prossimo quel che ami per te. Sono
io il Signore.>> (Levitico 19, 17-18)
In questo studio, intendo esaminare la seconda di queste disposizioni: “Ammonisci il tuo prossimo e non addossarti la colpa per lui“.
Rambam e Ramban concordano nell’individuare due livelli di significato piuttosto diversi in questa frase. Ecco come la interpreta il Rambam:
“Quando una persona pecca contro un’altra, quest’ultima non deve odiarla e rimanere in silenzio. Come è detto riguardo al malvagio: “E Assalonne non disse ad Amnon né bene né male, sebbene Assalonne odiasse Amnon”. Piuttosto, gli è comandato di parlargli e dirgli: “Perché mi hai fatto questo e quello? Perché hai peccato contro di me in questa e quella questione?”. Come è detto: “Devi certamente ammonire il tuo prossimo”. Se questi si pente e gli chiede perdono, deve perdonare e non essere crudele, come è detto: “E Abramo pregò Dio…”.
Se qualcuno vede il suo prossimo commettere un peccato o intraprendere una via non buona, è un comandamento farlo tornare al bene e fargli sapere che sta peccando contro se stesso con le sue azioni malvagie, come è detto: “Devi certamente ammonire il tuo prossimo…”” (Mishneh Torah, Hilchot De’ot 6, 6)
Allo stesso modo, il Ramban:
“«Dovrai certamente rimproverare il tuo prossimo» – questo è un comando distinto, ovvero che dobbiamo insegnargli il rimprovero e l’istruzione. «E non portare la colpa a causa sua» – perché porterai la colpa a causa della sua trasgressione se non lo rimproveri.
Tuttavia, mi sembra che l’interpretazione corretta sia che l’espressione «dovrai certamente rimproverare» vada intesa nello stesso modo di «E Abramo rimproverò Abimelec». Il versetto dice quindi: «Non odiare tuo fratello nel tuo cuore quando ti fa qualcosa contro la tua volontà, ma piuttosto rimproveralo, dicendo: “Perché mi hai fatto questo?”. E non porterai la colpa a causa sua nascondendo il tuo odio nel tuo cuore e non dicendogli nulla, perché quando lo rimprovererai, egli si giustificherà davanti a te o si pentirà della sua azione e ammetterà il suo peccato, e tu lo perdonerai.” (Ramban su Levitico 19, 17)
La differenza tra le due interpretazioni sta nel fatto che una è sociale, l’altra interpersonale. Nella seconda lettura di Rambam e nella prima di Ramban, il comandamento riguarda la responsabilità collettiva. Quando vediamo un nostro fratello ebreo sul punto di commettere un peccato, dobbiamo cercare di persuaderlo a non farlo. Non ci è permesso dire: “È una questione privata tra lui e Dio“. “Tutto Israele“, dicevano i Saggi, “è garante l’uno dell’altro“. Ognuno di noi è responsabile, non solo della propria condotta, ma anche del comportamento degli altri. Questo è un capitolo fondamentale della legge e del pensiero ebraico.
Tuttavia, sia Rambam che Ramban sono consapevoli che questo non è il senso letterale del testo. Preso nel suo contesto, ciò che abbiamo di fronte è una sottile descrizione della psicologia delle relazioni interpersonali.
L’ebraismo è stato talvolta accusato dal cristianesimo di essere incentrato sulla giustizia piuttosto che sull’amore (“Avete udito che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico‘. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano”). Questo è completamente falso. In Avot deRabbi Natan si trova un insegnamento meraviglioso: “Chi è il più grande eroe? Colui che trasforma un nemico in un amico“. Ciò che distingue la Torah è la sua comprensione della psicologia dell’odio.
Se qualcuno ci ha fatto del male, è naturale sentirsi offesi. Cosa dobbiamo fare, dunque, per adempiere al comandamento: “Non odiare tuo fratello nel tuo cuore“? La risposta della Torah è: parlare. dialogare. contestare. protestare. Può darsi che l’altra persona avesse una buona ragione per aver agito in quel modo. Oppure può darsi che abbia agito per malizia, nel qual caso la nostra protesta gli darà, se lo desidera, l’opportunità di ripensarci, di scusarsi e noi dovremmo quindi perdonarlo. In entrambi i casi, parlarne è il modo migliore per ricucire un rapporto interrotto. Ancora una volta incontriamo qui uno dei leitmotiv dell’ebraismo: il potere della parola di creare, sostenere e riparare i rapporti.
Maimonide cita un passo chiave a sostegno di questa tesi. Si narra (II Samuele 13) di come Amnon, uno dei figli del re Davide, violentò la sua sorellastra Tamar. Quando Absalom, il fratello di Tamar, viene a sapere dell’accaduto, la sua reazione appare a prima vista pacifica e serena:
“Suo fratello Assalonne le disse: «È stato con te Amnon, tuo fratello? Ora taci, sorella mia; è tuo fratello. Non prendertela a cuore». E Tamar visse nella casa di suo fratello Assalonne, una donna desolata. Quando il re Davide udì tutto ciò, si infuriò. Assalonne non disse mai una parola ad Amnon, né buona né cattiva…”
Le apparenze, però, ingannano. Assalonne è tutt’altro che indulgente. Aspetta due anni, poi invita Amnon a un banchetto festivo durante la tosatura delle pecore. Dà istruzioni ai suoi uomini: “Ascoltate! Quando Amnon sarà di buon umore per aver bevuto vino e io vi dirò: ‘Colpite Amnon’, allora uccidetelo”. E così accadde.
Il silenzio di Assalonne non era il silenzio del perdono, ma dell’odio – l’odio di cui Pierre Choderlos de Laclos parlò nel libro Le relazioni pericolose quando scrisse la famosa frase: “La vendetta è un piatto che si serve freddo“.
Un altro esempio altrettanto potente si trova in Genesi:
<<Israel poi amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, siccome quello ch’era per lui un figlio della vecchiaja; e gli fece una veste talare. I suoi fratelli, vedendo ch’il loro padre lo amava più di tutti i suoi fratelli, odiaronlo, nè potevano tollerare il suo parlare amichevole. (Velo yachlu dabro leshalom, letteralmente, “non riuscirono a parlare con lui per raggiungere la pace”)>> (Genesi 37, 3-4)
A tal proposito, il rabbino Jonathan Eybeschuetz commenta:
“Se avessero potuto sedersi insieme, avrebbero parlato tra loro, si sarebbero confrontati e alla fine avrebbero fatto pace. La tragedia del conflitto è che impedisce alle persone di parlare e di ascoltarsi a vicenda.”[ Rabbi Jonathan Eybeschutz (c. 1690–1764), Tiferet Yehonatan, Commento a Genesi 37, 4, p. 73.]
La mancanza di comunicazione è spesso il preludio alla vendetta.
La logica intrinseca dei due versi della fine è dunque questa: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Ma non tutti i prossimi sono degni di essere amati. Ci sono coloro che, per invidia o malizia, ti hanno fatto del male. Non vi comando quindi di vivere come angeli, privi di qualsiasi emozione naturale agli esseri umani. Vi proibisco però di odiare. Perciò, quando qualcuno vi fa un torto, dovete affrontare chi ve l’ha fatto. Dovete esprimergli il vostro dolore e la vostra angoscia. Può darsi che abbiate completamente frainteso le sue intenzioni. Oppure può darsi che volesse davvero farvi del male, ma ora, di fronte alla realtà del danno arrecato, potrebbe sinceramente pentirsi di ciò che ha fatto. Se, tuttavia, non riuscite a parlarne, c’è la concreta possibilità che possiate covare rancore e, col tempo, vendicarvi – come fece Assalonne.
Ciò che colpisce della Torah è che, pur articolando gli ideali più elevati, si rivolge a noi in quanto esseri umani. Se fossimo angeli, sarebbe facile amarci gli uni gli altri. Ma non lo siamo. Un’etica che ci imponga di amare i nostri nemici, senza indicare come raggiungere questo obiettivo, è semplicemente insostenibile. La Torah, invece, propone un programma realistico: la comunicazione.
Essendo onesti gli uni con gli altri, parlando apertamente, potremmo raggiungere la riconciliazione. Di certo non è sempre così, ma spesso. Quanta sofferenza e persino spargimento di sangue si potevano risparmiare se l’umanità desse ascolto a questo semplice comandamento.



