Attenzione: Rosso avanti – Toledot 5786
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
Tradotto ed adattato da David Malamut
Nella parasha di Toldot, incontriamo una delle scene più umane e profonde dell’intera Torah: un incontro tra due fratelli, Giacobbe ed Esaù, che rivela quanto possano essere potenti i desideri radicati nella natura umana.
Abramo, il nostro patriarca, morì cinque anni prima del previsto, per non vedere suo nipote Esaù imboccare una strada malvagia. Esaù, come descritto, trascorreva il suo tempo a caccia, un’occupazione che simboleggia una persona guidata dall’impulso, che agisce per passione momentanea.
In quello stesso momento, il giusto Giacobbe stava preparando uno stufato di lenticchie per suo padre Isacco, come parte dell’usanza funebre di mangiare cibi rotondi, simbolo del ciclo della vita. Improvvisamente, Esaù irrompe in casa, esausto e affamato. Quando il profumo dello stufato riempie la stanza, esclama:
<<Esaù disse a Giacobbe: Fammi deh! trangugiare di queste tante cose rosse,
poiché io sono spossato. Quindi è che fu chiamato Edòm.>> (Genesi 25, 30)
ipete persino le sue parole, per sottolineare la sua urgenza. Come spiega il commento di Chizkuni (Hezekiah ben Manoah – rabbino francese e commentatore biblico conosciuto per sua opera Ḥazzeḳuni, all’incirca 1240, stampato a Venezia nel 1524):
“È il modo di una persona di ripetere le sue parole quando ha fretta di chiedere qualcosa – e quest’uomo era stanco e desideroso di mangiare“.
In quel momento, Esaù vede solo se stesso. Non mostra alcun riguardo per il lutto della famiglia o per lo scopo del piatto. Ciò che lo consuma è la sua fame immediata. La sua sottomissione al proprio appetito era totale. La sua brama di cibo lo sopraffece al punto che, come ci racconta la Torah, per una semplice scodella di zuppa di lenticchie calda accettò di vendere a Giacobbe il suo diritto di primogenitura, uno status spirituale di importanza duratura.
Da questa storia deriva la familiare espressione “vendere per un piatto di lenticchie“, usata ancora oggi per descrivere qualcuno che rinuncia a qualcosa di prezioso in cambio di qualcosa di banale e fugace.
In seguito a quel momento di debolezza e passione, Esaù ricevette il suo nome: Edom (che significa rosso), un nome che avrebbe caratterizzato non solo lui, ma anche i suoi discendenti.
In precedenza, il suo legame con il colore rosso era già stato menzionato:
<<Uscì il primo di pelo rosso, tutto a foggia d’una pelliccia; e lo chiamarono Esaù.>> (Genesi 25, 25)
Ma solo ora, attraverso il suo gesto, il colore rosso diventa più di un segno esteriore. Diventa un simbolo di essenza: una rappresentazione dell’incapacità di resistere alla tentazione, della resa all’impulso. Così nacque il termine Bnei Edom, “i figli di Edom“, un ricordo duraturo del momento in cui una persona cedeva all’emozione e al desiderio piuttosto che scegliere lo spirito e la saggezza.
Rabbi Samson Raphael Hirsch spiega che la parola “hal’iteini” (“lasciami inghiottire“) è correlata a “lahat” – inghiottire con avidità. Esaù non era attratto solo dal cibo in sé, ma dal suo colore rosso. Gli ricordava il sangue della caccia, il brivido dell’inseguimento. Rabbeinu Bachya e il Kli Yakar vedevano anche il rosso come simbolo del temperamento di Esaù, legato al pianeta Marte, il pianeta del sangue e della guerra. Spiegarono che il desiderio di Esaù non era per lo stufato come cibo, ma per il suo aspetto rosso, che rivelava la sua vera natura: focosa e impulsiva, sotto il segno di Marte.
I nostri saggi hanno riconosciuto che ogni persona ha delle tendenze innate. Il Talmud afferma:
“Chi nasce sotto il segno di Marte sarà uno spargitore di sangue. Rav Ashi disse: o un chirurgo, o un ladro che uccide, o un macellaio, o un circoncisore.” (Shabbat 156a)
Rav Ashi ci insegna che la scelta è nelle mani dell’uomo: canalizzare la propria energia per il bene o per il male, usare lo stesso potere per una mitzvah o per il peccato.
Qui sta la grande lezione. L’attrazione per il rosso, simbolo di passione, potere e dominio, è naturale. Ma la vera domanda è: chi controlla chi? La cultura moderna spesso incoraggia ad abbandonarsi all’impulso: “vivi il momento“, “prova tutto“, ma la Torah insegna diversamente: non a reprimere il desiderio, ma a indirizzarlo. A trasformare il rosso, il colore del desiderio, in bianco, il colore della purezza e dell’equilibrio.
Questa è l’eterna sfida dell’umanità: non cedere agli impulsi e al desiderio di gratificazione immediata, ma indirizzarlo verso uno scopo più elevato.



