Ascolto e diritto/legge – Parshat Ki Tavo
di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l
tradotto ed adattato da David Malamut
SOMMARIO:
In Ki Tavo, Mosè giunge alla conclusione delle disposizioni dettagliate del patto, con i comandi relativi al portare le primizie al Santuario centrale e all’assegnazione delle varie decime. Chiude questa sezione ricordando in cosa consiste il patto: un impegno reciproco tra il popolo e Dio. Il popolo deve offrire a Dio la sua totale lealtà. Dio, a sua volta, avrà per lui una speciale considerazione.
Il testo passa poi alla caratteristica successiva dei patti antichi: le benedizioni e le maledizioni che accompagneranno la fedeltà da un lato, la slealtà dall’altro. Dato che l’intera esistenza di Israele come nazione si basa sul patto, ciò significa che il suo destino sarà un commento continuo sul suo rapporto con Dio e sugli ideali, sia sacri che sociali, a cui il popolo si è dedicato come “popolo consacrato al Signore tuo Dio” (Deuteronomio 7:6).
La parasha si conclude con Mosè che convoca il popolo, al termine del loro viaggio durato quarant’anni e in vista della Terra Promessa, per rinnovare l’alleanza che i loro genitori avevano stretto con Dio sul Monte Sinai.
Sarebbe ragionevole supporre che una lingua che contiene il verbo “comandare” debba contenere anche il verbo “obbedire“. L’uno implica l’altro, proprio come il concetto di domanda implica la possibilità di una risposta. Tuttavia, ci sbaglieremmo. Ci sono 613 comandamenti nella Torah, ma non esiste una parola nell’ebraico biblico che significhi “obbedire“. Quando l’ebraico fu ripreso come lingua di uso quotidiano nel XIX secolo, si dovette prendere in prestito dall’aramaico una parola, letsayet (לציית). Fino ad allora non esisteva una parola ebraica per “obbedire“.
Questo è un fatto sorprendente e non tutti ne erano consapevoli. Ha portato alcuni cristiani (e laici) a fraintendere la natura dell’ebraismo: pochissimi pensatori cristiani hanno compreso appieno il concetto di mitzvah e l’idea che Dio possa scegliere di rivelarsi sotto forma di leggi. Ha anche portato alcuni ebrei a pensare alle mitzvot in un modo più appropriato all’Islam (la parola Islam significa “sottomissione” alla legge di Dio) che all’Ebraismo. Quale parola usa la Torah come risposta appropriata a una mitzvah? Shemà שמע.
La radice sh-m-a שמע è una parola chiave nel libro del Deuteronomio, dove ricorre 92 volte, di solito nel senso di ciò che Dio vuole da noi in risposta ai comandamenti. Ma il verbo sh-m-a ha molti significati. Ecco alcuni dei significati che ha nella Genesi:
- “Ascoltare” come in: “Abramo udì che suo parente [Lot] era stato fatto prigioniero” (Genesi 14, 14).
- “Ascoltare, prestare attenzione, prestare attenzione” come in: “Perché hai ascoltato tua moglie e hai mangiato il frutto dell’albero” (Genesi 3, 17) e “Allora Rachele disse: Dio mi ha fatto giustizia; ha ascoltato la mia preghiera e mi ha dato un figlio” (Genesi 30, 7).
- “Capire/comprendere” come in “Venite, scendiamo e confondiamo la loro lingua, perché non si capiscano più l’un l’altro” (Genesi 11, 7). È così che la tradizione ha interpretato la successiva frase Naaseh ve-nishma נעשה ונשמע (Esodo 24, 7), ovvero “prima faremo, poi comprenderemo”.
- “Essere disposti a obbedire“, come le parole dell’angelo ad Abramo dopo la legatura di Isacco: “Per mezzo della tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra, perché hai voluto obbedirmi” (Genesi 22, 18), quando Abramo stava per obbedire al comando di Dio e all’ultimo momento un angelo gli chiese di fermarsi.
- “Rispondere con i fatti, fare ciò che qualcun altro vuole“, come in “Fai tutto ciò che Sara ti dice” – sh’ma bekolah שמע בקולה (Genesi 21, 12).
È in quest’ultimo senso che il verbo sh-m-a si avvicina di più a “obbedire“. Il fatto stesso che racchiuda tutti questi significati suggerisce che nella Torah non esista il concetto di obbedienza cieca. In generale, un comandante ordina e un soldato obbedisce. Un proprietario di schiavi ordina e lo schiavo obbedisce. Non c’è alcun processo di pensiero attivo coinvolto. Il collegamento tra la parola del comandante e l’azione di chi riceve il comando è un rapporto di azione e reazione, stimolo e risposta. Ai fini pratici, il soldato o lo schiavo non hanno una mente propria. Come Tennyson descrisse l’atteggiamento dei soldati prima della Carica dei seicento (la Battaglia di Balaklava): “Non sta a noi ragionare sul perché; sta a noi agire o morire“.
Non è così che la Torah concepisce la relazione tra Dio e noi. Dio, che ci ha creati a Sua immagine, donandoci la libertà e il potere di pensare, vuole che comprendiamo i Suoi comandi. Il Ralbag (Gersonide, 1288-1344) sostiene che è proprio questo che rende la Torah diversa:
“Ecco, la nostra Torah è unica tra tutte le altre dottrine e religioni che altre nazioni hanno avuto, in quanto la nostra Torah non contiene nulla che non abbia origine dall’equità e dalla ragione. Pertanto, questa Legge Divina attrae le persone in virtù della sua essenza, affinché si comportino in conformità ad essa. Le leggi e le religioni di altre nazioni non sono così: non sono conformi all’equità e alla saggezza, ma sono estranee alla natura dell’uomo, e le persone obbediscono ad esse per costrizione, per paura della minaccia di punizione, ma non per la loro essenza.” (Gersonide, Commento su Va-etchanan, par. 14.)
Sulla falsa riga di questo, lo studioso moderno David Weiss Halivni parla della “predilezione ebraica per la legge “giustificata”” e la contrappone ad altre culture del mondo antico:
“Il diritto antico in generale è apodittico, privo di giustificazione e di persuasione. Il suo stile è categorico, esigente e autoritario… Il diritto antico del Vicino Oriente, in particolare, è privo di qualsiasi traccia di desiderio di convincere o conquistare i cuori. Ingiunge, prescrive e ordina, aspettandosi di essere ascoltato solo in quanto decreto ufficiale. Non sollecita alcun consenso (tramite giustificazione) da coloro a cui è diretto.” (David Weiss Halivni, Midrash, Mishnah, Gemara: the Jewish predilection for justified law, Harvard University Press, 1986, 5.)
La Torah utilizza almeno tre espedienti per dimostrare che la legge ebraica non è arbitraria, un mero decreto. Il primo, particolarmente evidente in tutto il libro di Devarim (Deuteronomio), è la spiegazione delle ragioni dei comandamenti. Spesso, anche se non sempre, la ragione ha a che fare con l’esperienza degli Israeliti in Egitto. Sanno cosa significa essere oppressi, stranieri ed estranei. Voglio che tu crei un tipo di società diverso, dice Dio attraverso Mosè, dove la schiavitù è più limitata, dove tutti sono liberi un giorno alla settimana, dove i poveri non soffrono la fame e ai deboli non viene negata la giustizia.
Il secondo, più evidente nel libro di Bamidbar (Numeri), è la giustapposizione di narrazione e legge, come a dire che la legge si comprende meglio sullo sfondo della storia e dell’esperienza degli Israeliti nei loro anni formativi. Quindi la legge della Vacca Rossa, per la purificazione dal contatto con i morti, si verifica appena prima della morte di Miriam e Aronne, come a dire che il lutto e il dolore interferiscono con il nostro contatto con Dio, ma questo non dura per sempre. Possiamo tornare puri. La legge del tsitsit si verifica dopo la storia delle spie perché (come è stato spiegato in un precedente articolo di Covenant & Conversation) entrambe hanno a che fare con i modi di vedere: la differenza tra vedere attraverso la paura e vedere attraverso la fede.
Il terzo è il legame tra legge e metafisica. C’è una forte connessione tra Genesi 1, il racconto della creazione, e le leggi della kedushah, la santità. Entrambe appartengono alla torat kohanim, la voce sacerdotale, ed entrambe riguardano l’ordine e il mantenimento dei confini. Le leggi contro la mescolanza di carne con latte, lana con lino, e così via, riguardano il rispetto della struttura profonda della natura, come descritto nel capitolo iniziale della Torah.
In tutto il Devarim (Deuteronomio), quando Mosè raggiunge l’apice della sua leadership, diventa di fatto un educatore, spiegando alla nuova generazione che alla fine conquisterà e abiterà la terra, che le leggi che Dio ha dato loro non sono solo decreti divini. Hanno un senso in termini umani. Costituiscono l’architettura di una società libera e giusta. Rispettano la dignità umana. Onorano l’integrità della natura. Danno alla terra la possibilità di riposare e recuperare. Proteggono Israele dalle leggi altrimenti inesorabili del declino e della caduta delle nazioni.
Solo riconoscendo Dio come loro sovrano potranno proteggersi dai re prepotenti e dalla corruzione del potere. Mosè ripete innumerevoli volte al popolo che se seguiranno le leggi di Dio prospereranno. Se non lo faranno, subiranno sconfitta ed esilio. Tutto questo può essere compreso in termini sovrannaturali, ma può essere compreso anche in termini naturali.
Ecco perché Mosè, costantemente durante tutto il Devarim, usa il verbo sh-m-a. Egli vuole che gli Israeliti obbediscano a Dio, ma non ciecamente o solo attraverso la paura. Dio non è un autocrate. Gli Israeliti dovrebbero saperlo attraverso la loro esperienza diretta. Avevano visto come Dio, creatore del cielo e della terra, avesse scelto questo popolo come Suo, lo avesse portato dalla schiavitù alla libertà, lo avesse nutrito, sostenuto e protetto nel deserto e lo avesse condotto alla vittoria contro i suoi nemici. Dio non aveva dato la Torah a Israele per sé, ma per il loro bene. Come afferma Weiss Halivni: la Torah “invita chi riceve la legge a unirsi a lui nel comprendere l’effetto benefico della legge, conferendogli così dignità e dandogli la sensazione di essere un partner nella legge“.[ Gersonide, Commentario su Va-etchanan, par. 14.]
Questo è il significato delle grandi parole di Mosè nella Parashà di questa settimana:
<< Indi Mosè, accompagnato dai sacerdoti della tribù di Levi, parlò a tutt’Israel, con dire: In quest’oggi tu diventi il popolo del Signore, Iddio tuo [accettando le benedizioni e maledizioni contenute nel capo seguente]. Ubbidirai dunque al Signore, Iddio tuo, ed eseguirai i suoi precetti e statuti, ch’io ti comando oggi. >> (Deuteronomio. 27, 9-10)
Osservare i comandamenti implica un atto di ascolto, non solo sottomissione e cieca obbedienza, ascolto in tutti i suoi molteplici significati di attenzione, meditazione e riflessione sulla natura di Dio attraverso la creazione, la rivelazione e la redenzione. Significa cercare di comprendere i nostri limiti e le nostre imperfezioni come esseri umani. Significa ricordare cosa significava essere schiavi in Egitto. Implica umiltà, memoria e gratitudine. Ma non implica l’abdicazione dell’intelletto o il silenzio della mente interrogativa.
Dio non è un tiranno [Avodah Zarah 3a.], ma un maestro.[ Tamhuma (Buber), Yitro, 16.] Egli non cerca solo la nostra obbedienza, ma anche la nostra comprensione. Tutte le nazioni hanno leggi, e le leggi sono lì per essere obbedite. Ma poche nazioni, oltre a Israele, si pongono come compito supremo quello di comprendere perché la legge è così com’è. Questo è ciò che la Torah intende con la parola shemà.



