Ancora più in alto degli angeli – Parshat Vayera

 In Parashà della Settimana

di Rabbino Lord Jonathan Sacks zt”l

Tradotto ed adattato da David Malamut

SOMMARIO:

Dio appare ad Abramo. Tre stranieri passano di lì e Abramo offre loro ospitalità. Uno di loro dice ad Abramo che Sara avrà un figlio. Sara, sentendo, ride incredula.

Dio poi annuncia ad Abramo il giudizio che sta per infliggere agli abitanti di Sodoma. Abramo intrattiene un dialogo epocale con Dio sulla giustizia. Dio accetta che, se ci sono dieci uomini innocenti nella città, li risparmierà.

Due dei visitatori, ormai identificati come angeli, vanno dal nipote di Abramo, Lot, e salvano lui, sua moglie e due delle loro figlie dalla distruzione di Sodoma.

Alla fine, il figlio promesso, Isacco, nasce a Sara. La parasha si conclude con la grande prova della “Legatura di Isacco”.

È una delle scene più famose della Bibbia. Abramo è seduto all’ingresso della sua tenda nel caldo del giorno quando passano tre stranieri. Li esorta a riposare e a prendere qualcosa da mangiare. Il testo li chiama “anashim” – “uomini“. Sono in realtà angeli, venuti ad annunciare a Sara che avrà un figlio (Genesi 18).

Il capitolo sembra semplice. È, tuttavia, complesso e ambiguo. Si compone di tre sezioni:

Versetto 1: Dio appare ad Abramo.

Versetti 2-16: Abramo e gli uomini/angeli.

Versetti 17-33: Il dialogo tra Dio e Abramo sul destino di Sodoma.

Come sono collegate queste sezioni tra loro? Sono una scena, due o tre? La risposta più ovvia è tre. Ognuna delle sezioni sopra menzionate è un evento assestante. Innanzitutto, Dio appare ad Abramo, come spiega Rashi, “per visitare i malati” dopo la circoncisione di Abramo. Poi arrivano i visitatori con la notizia del figlio di Sara. Poi ha luogo il grande dialogo sulla giustizia.

Maimonide suggerisce (in Guida dei Perplessi II, 42) che ci siano due scene (la visita degli angeli e il dialogo con Dio). Il primo versetto non descrive affatto un evento. È piuttosto il titolo di un capitolo.

La terza possibilità è che ci troviamo di fronte a un’unica scena continua. Dio appare ad Abramo, ma prima che possa parlare, Abramo vede i passanti e chiede a Dio di attendere mentre serve loro il cibo. Solo quando se ne sono andati, al versetto 17, si rivolge di nuovo a Dio e la conversazione inizia.

Il modo in cui interpretiamo il capitolo influenzerà il modo in cui traduciamo la parola Adonai nel terzo versetto. Potrebbe significare (1) Dio o (2) “miei signori” o “signori”. Nel primo caso, Abramo si rivolgerebbe al Cielo. Nel secondo, parlerebbe ai passanti.

Diverse traduzioni inglesi adottano la seconda opzione. Ecco un esempio:

Il Signore apparve ad Abramo… Egli alzò lo sguardo e vide tre uomini che stavano in piedi di fronte a lui. Appena li vide, corse fuori dalla porta della sua tenda per incontrarli. Si inchinò profondamente e disse: “Signori, se ho meritato la vostra grazia, non passate oltre senza passare dal vostro servo”.

La stessa ambiguità appare nel capitolo successivo, quando due visitatori di Abramo (in questo capitolo sono descritti come angeli) visitano Lot a Sodoma:

I due angeli giunsero a Sodoma verso sera, mentre Lot sedeva presso le porte della città. Appena li vide, si alzò per andare loro incontro e si prostrò profondamente, dicendo: «Vi prego, signori, venite a casa del vostro servo, passate la notte là e lavatevi i piedi».” (Genesi 19, 2)

Normalmente, le differenze di interpretazione della narrazione biblica non hanno implicazioni halachiche. Sono oggetto di legittimo disaccordo. Questo caso è insolito, perché se traduciamo Adonai come “Dio“, si tratta di un nome sacro, e sia la scrittura della parola da parte di uno scriba, sia il modo in cui trattiamo una pergamena o un documento che la contiene, hanno particolari rigori nella legge ebraica. Se la traduciamo come “miei signori” o “signori“, allora non ha alcuna sacralità particolare.

La lettura più semplice di entrambi i testi, quello riguardante Abramo, l’altro riguarda Lot, sarebbe quella di leggere la parola in entrambi i casi come “signori”. La legge ebraica, tuttavia, stabiliva diversamente. Nel secondo caso, la scena con Lot, si legge come “signori“, ma nel primo come “Dio“. Questo è un fatto straordinario, perché suggerisce che Abramo interruppe Dio mentre stava per parlare e Gli chiese di attendere mentre si occupava dei suoi ospiti. Ecco come la tradizione stabiliva che il brano dovesse essere letto:

<<Il Signore gli apparve nei terebinti di Mamrè, mentr’egli era seduto all’ingresso della tenda nel maggior caldo del giorno. Egli (cioè) alzati gli occhi, vide tre uomini fermi non lungi da lui; ciò veduto, corse incontro di loro dall’ingresso della tenda, e si prostrò a terra. E disse: Signore, se pure io trovo grazia appo te, deh! non trascorrere oltre al tuo servo. Permettete che venga recato un poco d’acqua, da lavarvi i piedi; e adagiatevi sotto l’albero. Ed io recherò una fetta di pane, onde confortiate il vostro cuore [stomaco];indi passerete oltre: (e ciò) posciachè siete passati presso del vostro servo. Essi dissero: fa pure così, come hai parlato.>> (Genesi 18, 1-5)

 

Questa audace interpretazione divenne la base di un principio dell’ebraismo: “È più grande l’ospitalità che ricevere la Presenza Divina“. Di fronte alla scelta tra ascoltare Dio e offrire ospitalità a [quelli che sembravano] esseri umani, Abramo scelse la seconda opzione. Dio accolse la sua richiesta e attese che Abramo portasse cibo e bevande ai visitatori, prima di iniziare un dialogo con lui sul destino di Sodoma.

Come è possibile? Non è forse irrispettoso, nella migliore delle ipotesi, ed eretico nella peggiore, anteporre i bisogni degli esseri umani alla presenza di Dio?

Ciò che il brano ci dice, tuttavia, è qualcosa di immensamente profondo. Gli idolatri del tempo di Abramo adoravano il sole, le stelle e le forze della natura come dei. Adoravano il potere e i potenti. Abramo sapeva, tuttavia, che Dio non è nella natura, ma al di là della natura. C’è solo una cosa nell’universo su cui Egli ha posto la Sua immagine: la persona umana, ogni persona, potente e impotente allo stesso modo.

Le forze della natura sono impersonali, ed è per questo che coloro che le adorano finiscono per perdere la loro umanità. Come dice il Salmo:

I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, occhi e non vedono, hanno orecchie e non odono, narici e non odorano… I loro artefici diventano come loro, e così tutti quelli che confidano in loro.” (Salmo 115)

Non si possono adorare forze impersonali e rimanere persone: compassionevoli, umane, generose, capaci di perdonare. Proprio perché crediamo che Dio sia personale, qualcuno a cui possiamo dire “Tu“, onoriamo la dignità umana come sacrosanta. Abramo, il padre del monoteismo, conosceva la verità paradossale che vivere la vita di fede significa vedere la traccia di Dio nel volto dello straniero. È facile ricevere la Presenza Divina quando Dio appare come Dio. Ciò che è difficile è percepire la Presenza Divina quando si presenta travestita da tre passanti anonimi. Questa era la grandezza di Abramo. Sapeva che servire Dio e offrire ospitalità agli stranieri non erano due cose, ma una sola.

Uno dei commenti più belli su questo episodio è stato dato dal rabbino Shalom di Belz, il quale ha osservato che nel versetto 2 si dice che i visitatori stanno sopra Abramo [nitzavim alav]. Nel versetto 8, Abramo è descritto come in piedi sopra di loro [omed alehem]. Egli disse: all’inizio, i visitatori erano superiori ad Abramo perché erano angeli e lui un semplice essere umano. Ma quando diede loro cibo, bevande e riparo, si elevò ancora più in alto degli angeli. Onoriamo Dio onorando la Sua immagine, l’umanità.

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