Abramo vs. darwinismo sociale – Parashat Vayera 5786
di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele
Tradotto ed adattato da David Malamut
Abramo, il nostro patriarca, è l’incarnazione della gentilezza: un uomo ospitale e generoso verso i poveri. L’ideologia opposta è quella di Sodoma. A Sodoma, gli ospiti non erano benvenuti e, a maggior ragione, era proibito dar loro da mangiare o aiutarli in alcun modo.
Conosciamo tutti la storia di Sodoma e Gomorra, città che divennero simboli del “darwinismo sociale”, una visione distorta del mondo che sostiene che la società debba evolversi attraverso la sopravvivenza del più adatto, del più forte. La conseguenza di tale pensiero è terribile: aiutare i deboli è visto come un difetto, una debolezza della società nel suo complesso e un ostacolo al progresso umano. Secondo questa visione, l’assistenza non solo è inutile, ma è anche dannosa.
Molto è stato studiato e scritto sul legame tra la teoria dell’evoluzione di Darwin e la sua ramificazione: l’ideologia del darwinismo sociale. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che l’ebraismo rappresenta l’esatto opposto. Fin dai tempi di Abramo, il nostro padre fondatore, la caratteristica distintiva del nostro popolo è stata quella di essere “compassionevoli e operatori di gentilezza“.
Pertanto, nella parashà di questa settimana, quando Dio informa Abramo, l’incarnazione della bontà, che intende distruggere Sodoma e Gomorra a causa della loro malvagità, ci si potrebbe aspettare che Abramo gioisca. Finalmente, il male sarà spazzato via; l’ideologia che si oppone ai suoi valori di misericordia e fede svanirà. Cosa potrebbe esserci di meglio?
Eppure, con nostro grande stupore, Abramo è allibito. Si alza in preghiera e grida al Cielo. Non solo prega, ma questa è la prima preghiera riportata nella Torah. I nostri saggi apprendono da essa che Abramo istituì la preghiera del mattino (Shacharit):
<<Lungi da te di fare simil cosa, di far morire il giusto insieme al malvagio, in guisa che ugual sorte abbiano il giusto ed il malvagio! Lungi da te! Il giudice di tutta la terra non farebbe giustizia?>> (Genesi 18, 25)
Questa preghiera apparentemente illogica è proprio ciò che ci insegna l’essenza della preghiera. Gli insegnamenti chassidici spiegano che attraverso la preghiera di Abramo apprendiamo una verità profonda: la preghiera non riguarda la logica o la persuasione. Riguarda la connessione.
Uno degli scopi della creazione è che noi, fragili esseri umani di carne e sangue, stabiliamo un canale di relazione con l’infinito Divino, anche quando sfida la comprensione razionale. Altrimenti, ci si potrebbe chiedere: Dio non sa cosa è meglio per noi? Tutto ciò che fa è per il nostro bene, anche se non possiamo percepirlo immediatamente. Se così fosse, perché pregare per un cambiamento?
La preghiera di Abramo per Sodoma ci insegna che la preghiera non è una richiesta di cambiare la volontà di Dio, né un tentativo di interferire nel giudizio divino. Piuttosto, è una connessione attraverso la quale risvegliamo il potenziale per il bene, anche quando potremmo non meritarlo.
Dalla preghiera di Abramo impariamo che anche quando accettiamo che le difficoltà o la sofferenza possano aiutarci a raffinarci o a renderci persone migliori, la nostra preghiera può comunque portare quella crescita attraverso mezzi più gentili, senza dolore o afflizione.
Ecco perché Abramo, l’uomo di bontà, si alzò a pregare per coloro le cui azioni rappresentavano l’incarnazione stessa del male. Credeva nel potere della sua connessione con Dio e nella sua capacità di portare una vera trasformazione, molto più potente di qualsiasi punizione, per quanto giustificata.



